Premio Nobel per la Medicina 2026: dall’alga verde all’attivazione della fotosensibilità

Due ricercatori tedeschi e uno statunitense si dedicarono inizialmente alla ricerca di base sulla percezione della luce da parte dei microrganismi. Oggi, il loro metodo, denominato «optogenetica», apre nuove prospettive in oftalmologia. Per questo motivo, all’inizio di ottobre 2026, i tre professori hanno ricevuto il Premio Nobel per la Medicina. Da anni, inoltre, presso l’Istituto di Oftalmologia Molecolare e Clinica di Basilea (IOB) si lavora con approcci optogenetici specializzati e ulteriormente perfezionati.

Ottobre 2026 I tre ricercatori tedeschi e statunitensi hanno scoperto i cosiddetti canali ionici controllati dalla luce, come la proteina channelrodopsina. Questa scoperta ha reso possibile controllare in modo mirato l’attività elettrica delle cellule nervose mediante la luce. Il metodo, chiamato «optogenetica», apre oggi nuove prospettive in oftalmologia: l’obiettivo è rendere nuovamente fotosensibili le cellule retiniche ancora presenti nelle malattie degenerative della retina, grazie alla terapia genica e alla proteina menzionata. In questo modo, si potrebbero recuperare almeno parzialmente alcune funzioni visive perdute.

Per i loro contributi fondamentali all’optogenetica, il Premio Nobel per la Medicina 2026 viene assegnato ai tre professori Peter Hegemann, Georg Nagel e Karl Deisseroth. I primi due sono scienziati tedeschi che lavorano rispettivamente a Berlino e a Würzburg, mentre Deisseroth, statunitense, svolge le sue ricerche presso la Stanford University. Hegemann è biofisico e neuroscienziato, Nagel è biologo molecolare e biofisico, mentre Deisseroth è l’unico dei tre a essere anche medico. Svolge parallelamente attività di psichiatra, bioingegnere e neuroscienziato.

Tutto è iniziato con l’alga verde Chlamydomonas

Il punto di partenza decisivo per lo sviluppo dell’optogenetica è stata la scoperta della channelrodopsina nel 2002. Hegemann studiava il modo in cui l’alga verde unicellulare Chlamydomonas percepisce la luce. Insieme a Nagel, riuscì a dimostrare che la proteina dell’alga verde chiamata channelrodopsina è un cosiddetto canale ionico controllato dalla luce: quando viene attivata dalla luce, si aprono canali nella membrana cellulare, modificando l’attività elettrica della cellula.

Era stato così scoperto lo strumento biologico fondamentale. Karl Deisseroth trasferì poi questo principio alle neuroscienze. A partire dal 2005, i ricercatori riuscirono a introdurre in modo mirato la channelrodopsina nelle cellule nervose e ad attivarle mediante la luce. Nacque così l’optogenetica, una tecnica che permette di attivare o inibire specifici gruppi di cellule nervose in modo mirato e con un’elevata precisione temporale.

L’oftalmologia può trarne particolare beneficio

Questa evoluzione è particolarmente promettente per l’oftalmologia. In malattie come la retinite pigmentosa, i fotorecettori degenerano, mentre alcune cellule retiniche situate a valle, tra cui le cellule gangliari, rimangono parzialmente integre. Grazie al metodo optogenetico, simile a una terapia genica, è possibile dotare queste cellule di opsine fotosensibili, ossia proteine che reagiscono alla luce e la trasformano in un segnale biologico. In questo modo, la retina viene resa fotosensibile, per così dire, a livello molecolare.

Due oftalmologi dell’IOB perfezionano il metodo da anni

Oggi, ricercatori come i professori Botond Roska e José-Alain Sahel, premiati per il loro lavoro e attivi presso l’Istituto di Oftalmologia Molecolare e Clinica di Basilea (IOB), promuovono il trasferimento di queste conoscenze di base in ambito oftalmologico (vedi articolo più sotto). Da oltre sei anni, entrambi si dedicano intensamente allo sviluppo di nuove terapie per le malattie degenerative della retina, con particolare attenzione agli approcci optogenetici. All’IOB, la ricerca di base, la neurobiologia e l’oftalmologia clinica si integrano con l’obiettivo di ripristinare parzialmente le funzioni visive perdute.

Migliorare sensibilmente la percezione della luce e delle forme, ancora oggi limitata

Una scoperta nata dalla ricerca di base sulle alghe e dalla neurobiologia apre dunque la strada ad approcci terapeutici concreti in oftalmologia. Le prospettive offerte dall’optogenetica sono affascinanti: opsine più precise, terapie geniche più efficaci e una stimolazione luminosa ottimizzata potrebbero migliorare sensibilmente in futuro la capacità, oggi ancora limitata, di percepire la luce e le forme.

Redazione: PJ, ottobre 2026

Fonti